Rituali Minet

La Poesia dentro. La chiaroveggenza dei ciechi e il resto che non c’è.
martedì, 03 novembre 2009

Novembre del Signore

 

Il gesto perso è la fiamma offerta al vento

Agile speranza nel via andare

Affievolisce arresa le spire del suo grembo

Rigando fiati e tempo, eterna lotta

 

Soffia anche il sole rubandole i mai cieli  

E a tratti, la strazia indebolita

Come un percorso stato

O un legno da murare

 

Gloria era l’ombra posata dal silenzio.

La sua movenza alata

Quando le stanze schiarivano nebbiose

I nodi e le ferite fra i capelli

 

Del luogo che animava

Il buio era la guerra, durevole pietà

E il miele da sbrinare

Il sesso dentro a un nome

 

Spegnetela finita

E armate la sua scena

Ché a genio ravvivava

L’amore dentro gli occhi

Giurando liquefatta la voglia del ricordo

 

Non vide mai l’aurora né lacrime asciugate

Lontana, disabitata come un pianeta morto;

Scavato a lunghe braccia fino a fare

Fatica la missione

 

Eppure pretendeva ritmandosi appassita

Pregava un verbo antico, la vera comprensione

La fucilata lenta del principio

Stanziato all’imbrunire

 

Io la ricordo ancora,

Scaldava come un canto, le guance dei bambini.

Era il candore a piaghe

Sciupato sotto i marmi: novembre del Signore

 

 

 

postato da: Purplered alle ore novembre 03, 2009 10:40 | link | |
categorie: pensieri, poesie, poesia, istantanee, piaghe, della misera sapienza
martedì, 03 novembre 2009

Novembre del Signore

 

Il gesto perso è la fiamma offerta al vento

Agile speranza nel via andare

Affievolisce arresa le spire del suo grembo

Rigando fiati e tempo, eterna lotta

 

Soffia anche il sole rubandole i mai cieli  

E a tratti, la strazia indebolita

Come un percorso stato

O un legno da murare

 

Gloria era l’ombra posata dal silenzio.

La sua movenza alata

Quando le stanze schiarivano nebbiose

I nodi e le ferite fra i capelli

 

Del luogo che animava

Il buio era la guerra, durevole pietà

E il miele da sbrinare

Il sesso dentro a un nome

 

Spegnetela finita

E armate la sua scena

Ché a genio ravvivava

L’amore dentro gli occhi

Giurando liquefatta la voglia del ricordo

 

Non vide mai l’aurora né lacrime asciugate

Lontana, disabitata come un pianeta morto;

Scavato a lunghe braccia fino a fare

Fatica la missione

 

Eppure pretendeva ritmandosi appassita

Pregava un verbo antico, la vera comprensione

La fucilata lenta del principio

Stanziato all’imbrunire

 

Io la ricordo ancora,

Scaldava come un canto, le guance dei bambini.

Era il candore a piaghe

Sciupato sotto i marmi: novembre del Signore

 

 

 

postato da: Purplered alle ore novembre 03, 2009 10:40 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, della misera sapienza
sabato, 31 ottobre 2009

Percezioni

Siamo la memoria del bello e del brutto come del bene e del male, ma c’è una differenza fondamentale fra lo sguardo e lo spirito; il primo spera di vedere l’altro, confinando l’importanza dell’incanto e della fede.  Ad ogni modo è impossibile la convivenza di entrambe le essenze senza la padronanza delle percezioni. Tuttavia un cieco può aver fede ma un ateo non può sperare di avere un’anima. .

postato da: Purplered alle ore ottobre 31, 2009 14:36 | link | |
categorie: aforismi
giovedì, 29 ottobre 2009

alias

Io lo so, che ignoro persino la pioggia.

è la mia natura.

continua a bagnarmi quando le nuvole disciolgono l’essenza,

addestra le sue gocce fin dentro le mie ossa,

ed io,

la ignoro,

come se non esistesse e in verità mai l’abbia assaporata

tutta intera.

postato da: Purplered alle ore ottobre 29, 2009 17:56 | link | |
categorie: poesie, poesia
giovedì, 29 ottobre 2009

Rivelazioni da Marsiglia - Il diario di Miriam

 

Ho impersonato tutti i miei dati.
Quelli incompleti, finti, per nominarmi assente.
Ho strappato una pagina dal mio diario per cancellare questo momento.
Per renderlo insignificante.
Nessuno saprà mai quanto ho da dire a Dio in questa notte di settembre
ed io dimenticherò prima dell’alba.
Ho paura di morire. Sì, Padre Amore.
Ho paura di perdere il respiro senza avviso.
di lasciare incompleta la mia vita come se non fossi mai nata.
Non avrei mai immaginato
di perdermi dietro l’idiozia della paura reale.
La morte è sempre stata al mio fianco
senza sentirsi in imbarazzo.
Ho urlato tanto, ho sviscerato quasi tutti i miei demoni
per servirli come tassa ai tuoi figli.
Padre Amore, posso vivere fino a congelarmi nuda?
Posso misurare un angolo
che non sia strettamente collegato agli spigoli?
Ogni cammino ha una meta.
E le mete?
Hanno una partenza?
Vorrei rovesciare la mia meta, Padre Amore.
Vorrei partorirmi viva come mia madre non ha fatto.
So che avrebbe voluto con tutta se stessa.
Lei mi ama, da sempre.
Sono io che ho fallito. La mia pelle e il mio corpo senza nessun potere.
Mi ha donato le ossa per reggere una vita intera.
Mi ha donato le braccia lunghe e vitali: ho abbracciato l’amore?
Mi ha donato gli occhi: ho mai guardato il cielo senza sentirmi astratta?
Mi ha donato il grembo con tutte le parti calde per procreare la vita:
ho nutrito il mio seme con gioia?
Ho piantato la mia carne dentro il silenzio assoluto.
Il freddo, il caldo, la nebbia, la pioggia, la neve,
sono stati gli eventi atmosferici
ad arare il mio corpo ma ho raccolto solamente inverni.
Padre Amore, vorrei incontrarmi in fondo alla strada.
Un pretesto comincia a sbiancare la sorte,
le mura sfioriscono sotto i miei piedi
e la terra diventa sempre più scura.
Scura come il buio, la stasi le unghiate e gli sfregi.
Scura come l’alba del tormento,
un canto arreso e un assassino alle porte.
Ho fallito, Padre Amore.
Ho rubato il sangue a mia madre e l’ho lasciato imputridire
dentro le vene senza ascoltare il lamento del tempo.
Ero impegnata a fuggire dove le carezze ridono fredde.
Dove la vita è un cerchio indifferente privo di ricordi.
Non volevo vedere la morte,
e sono morta io, invano,
senza sguardi intorno a profumarmi. 

postato da: Purplered alle ore ottobre 29, 2009 11:12 | link | |
categorie: poesie, poesia, racconti
martedì, 27 ottobre 2009

Il Pasto di Legno - Marina Minet

 

IL PASTO DI LEGNO (Poesie) Marina Minet
Prefazione Anna Maria Fabiano
Curatore Enrico Besso
Immagine in copertina: Alessandro Fantini, Medusa's Coil, olio su tela, 1998, collezione dell'artista © Realizzazione by Poetilandia - poetilandia@gmail.com www.poetilandia.com - www.poetilandia.it
COLLANA PAGINE AUTORI POESIA

Disponibile su LULU  

http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-rigida/il-pasto-di-legno/7835038

(Alice non ha fame.
Unghie lacrimano carne viva.
Capro espiatorio
Di specchi fantasma,
Rabbia le muore
Fra costole scontente)

 

 

Marina Minet

postato da: Purplered alle ore ottobre 27, 2009 18:09 | link | |
categorie: poesie, poesia, il pasto di legno
domenica, 25 ottobre 2009

Sante mezze verità

 

Siamo orfani di Dio e citiamo le bontà come bibbie sofferenti
Dove l’ombra traccia il cuore che possiamo
Sino a fare conveniente la morale.
Affidiamo lo sconforto, pianti stanchi,
Le lesioni come spose, madri e figlie,
Poi sprofondano al tramonto

C’è la luce che tormenta, guarda meglio, fruga il bene,
Lo spiraglio che non vedi dietro al sole,
La temuta primavera
E lo sguardo che disperde
Fumo nero o tela insonne
Come assurda associazione

Perché amiamo con gli artigli
Noi che usiamo a prova il ventre
Senno o vizio ad alternanza
Quando il labbro culla un grano d’apatia
E di lato il troppo graffia la ragione

Noi che immersi nel dovere maltrattiamo
Strangolando anche le nubi
Le macchiamo d’abbandono o frenesia
Quasi a dare gloria al tempo
Stretto ruga e gioia arresa

Bevo adagio le evidenze quasi fossero veleni
E ne ingoio vivo il peso
Piaghe intere fra le viscere bruciate
E lontane le intravedo
Sante mezze verità

Superiamo l’intervallo,
L’acqua inutile stagnante
Che a specchiare mostrerà
Queste scuse naturali
Generose nei perché
 
Mi spaventa la parola, la condanna sparsa voce
Quella svelta, sperperata,
Bagnasciuga e poi marea
Chiacchiericcio senza ascolto né coscienza
Fiele indomito lanciato

Gocce d’espressioni come pioggia accesa

 


postato da: Purplered alle ore ottobre 25, 2009 18:26 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee
giovedì, 08 ottobre 2009

Fra i rami

Dimora la semplicità fra i rami
Che regnano più foglie.
Il loro dire è attesa oppure divisione
Al pianto delirato, ancora da inventare


Fra i rami c’è l’immenso di un solo grido freddo
E il fiore transitorio mai prega l’inversione
Esonerato al sangue
Inutile ragione


Noi tutti rami appena vantiamo quel confine
Ma il credo spezza il sole
Bruciando leggi e bandi
E inerme coltiva le ossessioni
 

Crudele vanità, specchiata assolo in guerra
Non seminare pace ché il cielo è nel tormento
E a tratti le mie braccia somigliano a quei fusti
Beffando l’autunno indifferente


Fra i rami, lo sguardo è l’intelletto, il gergo trapiantato,
E il verde o il rosso in serie
L’eterna conclusione
Di un nome nel momento

 

postato da: Purplered alle ore ottobre 08, 2009 19:21 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari, della misera sapienza
mercoledì, 07 ottobre 2009

Quando la vita in veglia era l’ignoto

Abbiamo un vizio informe fra le mani,
Di chi, per chi sarà?
Battiti di pioggia sfatti all’ombra
E regni in preda ai vuoti da regnare
Così, forti incapaci
 
E lo diciamo ai muri ché siamo lamentosi
Piangendo avanti e dietro
Preghiamo senza altari
L’immane delusione da esibire
 
Povere le spine
D’inferno indietreggiate
Disperdono ogni goccia al nostro pianto
E a breve, ci chiameranno santi
Oppure beati osceni
 
Sdraiamoci sui rovi
Carnali e un po’ codardi
Per dissanguarci veri
Non scuse plateali o casti morti
 
Ragioni da indagare e poi difetti
Da premio d’uccisione.
Prelati al nome aborto,
Perché ogni sangue apprenda
L’amata ghigliottina del confronto
 
Il gallo senza l’alba è un buon contorno
Qual è la sua missione
Se il sonno mai riposa
E a tratti comprende appena al collo
 
Vagabondiamo al buio
L’origine lontana e il suo sapore
Quando la vita in veglia era l’ignoto
Da vivere sovrano
E noi
Misero torto      
 
 
 
 
postato da: Purplered alle ore ottobre 07, 2009 13:18 | link | |
categorie: pensieri, poesie, poesia, istantanee, scenari, della misera sapienza
mercoledì, 30 settembre 2009

L'agonia del tempo senza santi

 

  

Cerco il preludio del bell’amore avuto.

La sete che ha brindato con il vento

Scaraventando il mare,

La sabbia debellata come sua promessa

 

Non è per te la costola che lascio

Al mio silenzio appeso.

Per te che preghi invano la domanda

E annaspi le ragioni

Di noi gettati tristemente dadi

 

Cerco la pelle da perdonare stesa,

Il sesso che concorda mente e fuga

Consolando ad arte ogni desolazione

 

Non è per te la mensa che preparo sfamandomi di me

Né per le sorti scritte, così per non scordarsi,

Nel fondo del caffè

 

Artigli e delusioni, depongono le armi

Incaricando ai cieli l’ingiustizia.

Ché poi siamo coltelli e verbi da sputare,

 Intrecci e lame colme d’antiche nostalgie

 

Cerco l’inverno da intiepidire stanco,

Il muschio da scavare all’alba e la sua sera.

La vena tutta intera e l’altra fame

Da recitare al cuore

Finché di sasso dia la sua disperazione

 

Non è per te il nulla che m’invade.

Questa gincana folle di battiti scaduti

Dove il buon cuore scopre

Gli aborti dell’amore

 

è un bando affine al sé questo lamento

Non cerca applausi eterni né stampelle

Provando l’agonia del tempo senza santi

Così maldestramente assaporato

 

 

  

 

 

 

postato da: Purplered alle ore settembre 30, 2009 14:14 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari
mercoledì, 30 settembre 2009

Tenere rovine

Siamo stati bambini, un tempo.
Tenere rovine avvolte di bontà
Guardando il cielo umano
Come se a cadere potesse accarezzarci

C’erano i colori al pianto della sera
E mani sante protese senza lode
Lontane dalle pesti e accanto ai batticuori

Cadevano le stelle alle menzogne
Sfogliando l’indulgenza
Di chi puniva il bene
Con fiabe incanalate nei perché

Che forza di potere era l’infanzia
Che mondo di paura e lebbra enorme fede
Creduta sofferenza inesistente

Siamo stati bambini un tempo
Con bocche striminzite e odori lievi addosso
Noi cercavamo il seno oppure la pietà
Che il lupo forse nutre per gli agnelli

La meta era l’attesa
La piccola speranza e gli occhi svegli
Caduti sugli orrori come doni
Da coccolare a parte

Che finta comunione era la chiesa
Cambiata all’oggi solo in carità
Da estorcere scusando le bave dei ladroni

Da sempre nel risveglio il gallo era l’assenza
L’eterno desiderio in serbo all’alba
E i muri sfibravano indifesi
Smagrendo lentamente la gloria del sapere

 

postato da: Purplered alle ore settembre 30, 2009 08:12 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari
venerdì, 25 settembre 2009

Avevo i capelli biondi di Anna Maria Fabiano - Book trailer

In questo romanzo, l'autrice affronta il problema dell'Aids attraverso una storia d'amore, che vede contrapposte due donne disperatamente protese a difendere la propria felicità dalle insidie del destino. Al centro un uomo, dibattuto fra rimorso, ricordi e necessità di sopravvivenza. Specularmene altre due donne che, lungi dall'essere solo cornice della storia, sono vita che pulsa e fragilità mascherata da una corazza che intenerisce. Sullo sfondo il mare, onnipresente nella scrittura della Fabiano.
http://www.ibs.it/code/9788888947754/...

postato da: Purplered alle ore settembre 25, 2009 18:54 | link | |
categorie: videopoesia, audiobrani, book trailer fabiano, avevo i capelli biondi
mercoledì, 23 settembre 2009

In grembo eterni feti

 

Abbiamo provato la bellezza strappando le stagioni.

Settembre smesso al sole

Rimorchia foglie a truppe

Straziandole d’asfalto

In vena d’appassire

 

Aspettano le nevi

Che a stento, sprigioneranno sciolte

Novembre e poi dicembre

Armandoli nel sale d’intrusione

 

E non ho pioggia di rancori per negare

L’ultima ferita da soldato

Né un solo vizio accanto che possa fare male

Macchiandomi le labbra

E ciò che arreso somigliava a un guanto

 

Gli zingari potrebbero giurare

Amando le tempeste

Seguire questo esempio di missione

Che a tratti onora il buio

E a istanti nasce pace

 

Fiori di coerenza, germogliano fra i polsi

Scolpendo l’innocenza

Come una fiamma dura dentro gli occhi

 

Cenacoli davanti, sentieri e gioie oleate

Sapranno disegnare le tele all’orizzonte

 scoprendo sotto il passo

La trebbia dei deserti

 

È il niente che appartiene a creare i semi

E il tutto che perdiamo è la ragione

Di noi sempre più vivi, dispersi all’infinito

Persino in braccio Dio, o chi di voce sia

La frusta dopo il sasso

 

Se siamo sangue, è il bene che consuma,

Rubandoci i momenti come figli

Da piangere lontani

E in grembo eterni feti

 

Da osare è il resto,

La semplice fortuna e l’ago da centrare.

Le guerre odiate e il miele da capire

Guardando in faccia gli altri

Ché poi i domani saranno quasi uguali

postato da: Purplered alle ore settembre 23, 2009 05:38 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari
venerdì, 11 settembre 2009

Settembre di

 

Settembre, fortuna per missione

Sprigiona foglie in gloria e spalle curve

Scacciando a istinto muto la pietà

 

 

Sevizia intorno al sole avanza il fiuto

Covandosi l’esilio dei sepolcri

Così da scolorire sul daffare

La festa dei tracolli

 

 

Settembre, fra i rami saccheggiati

Ingoia lento il tempo appeso al lutto

Svegliando la pigrizia da lodare

 

 

Settembre posa e gesto

Ghirlanda incenerita per viltà

Calpesta sotto i piedi il gusto avuto

Straziandosi nel pianto la vena dei lamenti

***

 

 

 

 

Non l’ho scritta l’ultima parola né mai la scriverò

Finché sul fieno trascinerò il respiro

Voltandomi fierezza uguale al pane

 

Tramonteranno gli astri ferendomi le nocche

E i poli avranno calda la bellezza

Sgelandosi difesi l’inversione

 

Non è decisa l’ultima parola.

Bisbiglia accanto ai venti

Sfuggendomi felice d’aspettare

Sia pure disperata

 

Rimpatrierò fetale come fine

E nascerò già conscia d’invecchiare

Morendo a rotazione di lealtà

 

Non piegherà la scala alla fatica

Né mi farò preghiera per schivarla.

Rischiarerò il silenzio, la gioia incenerita

Come tristezza in festa da mostrare  

 

postato da: Purplered alle ore settembre 11, 2009 06:26 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari
martedì, 01 settembre 2009

Le ceneri del cuore

Ho sparso le ceneri del cuore
E le ho abbracciate rosse
Fasciandomi gli artigli miele e pace
Reliquie sprofondate

Le ho viste seguire le stagioni.
Due rondini affamate oltre le piogge in alto agli aquiloni
Come se volessero tornare
A dire la presenza del secolo sudato

Le ceneri del cuore, ho amato in braccio al vento
Viaggiando fiato insonne
E i rami, sbattevano le foglie - spezzando il lungo istante
Prima d’affidarle posate in grazia ai viali

Ovunque diramano già state le ceneri del cuore
Inconsistenti e mute, votate all’orizzonte
Come ragioni eterne
Negate alle morali

Dov’è il destino. La lucida imprudenza.
L’impulso cieco al senno
Che a valle scava dighe e ne fa pianti
Da liberare sani ai franamenti

 


postato da: Purplered alle ore settembre 01, 2009 19:47 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee
mercoledì, 26 agosto 2009

E niente importa

I silenzi a fiumi annegano la sera
Bagnandola fraintesa o sete di parola
Da tingere a brandelli sopra chi
Dà voce a Dio alle porte

Inventa i cedri, se puoi vuotarli adagio,
 I rami a nominarli e il giallo a garantirli.
Le glorie naturali deportano i dolori
Dove il biancore avanza al dopo dei chissà

Si dicono beltà, le terre senza cielo
Fioriere in estensione a giusto avanzo
E i semi lì a seccare irradiano incolori
Le siccità adorate in punizione

E c’è chi ha braccia da sfare senza resa
Missioni omologate per labili promesse
Votate al bene dell’avara fratellanza
Così, seduta stanca

E niente importa,
La strada già sepolta e il suo tornare
Fra le radici mute
Sorde ai passi

postato da: Purplered alle ore agosto 26, 2009 20:02 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee
giovedì, 20 agosto 2009

Rivelazioni da Marsiglia (3)

Cara Marta,

La tristezza di oggi ha un motivo incontestabile: i sogni e i desideri ci rappresentano solamente come opinione. La prima lettera sosta ancora sopra lo scrittoio e metaforicamente ha tutta l’aria di una promessa inedita.

Lo so, lo so, lo so, non avrei dovuto accettare la proposta di Saverio.

So riconoscere le follie e dopo aver meditato, considero la nostra separazione, una follia di prima categoria. Forse era questo che volevo veramente: astenermi alla vita - ma ahimè, il sangue che viaggia dentro le vene - ora più che mai - continua la sua corsa all’istinto, come sopravvivenza da secoli.

La nostalgia è un sentimento rivelatore per raccogliere certezze, perciò, spero sentitamente che non biasimerai nessuna mia incoerenza futura.

Il destino ha il suo daffare e noi siamo le sue braccia; a proposito, Charlène -

la moglie del negoziante, mi ha proposto di allestire i tavoli per la festa di primavera: è un’usanza banale del posto e Dio solo sa quanto vorrei escluderla dai miei prossimi impegni. Suo marito, Antoine, ha rimproverato Saverio: a suo dire dovrebbe pensare all’inserimento sociale di entrambi - per il mio bene - invece di limitarsi a comprare carta da lettera.

“Le donne hanno bisogno di svaghi collettivi per aprirsi totalmente fra loro, ed è nostro dovere fare in modo che ciò avvenga. La carta semina solo rimpianti”.

Considero le sue parole, una triste menzogna goffamente allusiva. In quale girone infernale possiamo collocare l’indiscrezione altrui? Non potrei sopportare tutto questo senza la solita ironia. Il tempo in cui viviamo è ampiamente distante da tutte le mie teorie, non so spiegarlo, c’è una specie di Giovanna D’Arco dentro di me. Una voce nascosta che spera di rovesciare il mondo, anche se l’inerzia del momento ingoia ogni intenzione. Vedrai, Marta: questo mondo sarà tuo quanto mio e nessuno potrà negarlo.

Ho tante cose da dirti, tante, quante ne ha partorito l’inverno che ci separa.    

 

Tua Miriam

Marsiglia 4 aprile, 1892

 

Quel giorno non fu confortante sentirsi catapultata a Marsiglia oltre ogni logica nel 1892. Amava Parigi e Londra e Bruxelles e Praga e Vienna - non era importante l’ambiente; per lei valeva la compagnia, l’umore, la sete d’avventura e tutte le piccole cose che trasformano una capanna in una sontuosa reggia.

Il ricordo dell’ultima vacanza con Marta viveva dentro di lei come un funerale. Quando si ama, non ha importanza chi fugge e chi resta: in ogni caso si rimane soli.

Non era servito a niente parlare con Alberto.

Gli spilli della coscienza davanti allo specchio cominciarono a superare la soglia della sopportazione.

“Perché non ho voluto leggere la lettera?”

Il dovere cui si era sottratta cominciava a divenire un bisogno - mentre struccava il volto come un pagliaccio fuori scena. 

“ Domani lo farò. Domani. Quante inutili comparse e maschere incapaci. Due rughe, trentatré anni e... troppe questioni interrotte. Ecco, sono io”. Pensò.

Anche se quel momento rappresentava la solitudine sperata: il tarlo esistenziale che aveva allontanato persino Saverio.

Desiderava semplicemente ascoltare i suoi respiri senza emozioni.

Niente più querce ansimanti né rimorsi o colpe inesistenti.

Era questo il fronte e la sua guerra: l’unica salvezza.

E come un soldato difende la patria per non morire, lei difendeva ogni momento la terra intorno al cuore.

L’insegnante avrebbe concordato – sicuramente - lavandosi le mani prima della crocifissione: era lontano quel ricordo.

Talmente lontano e confuso da apparire irreale.

“È stata lei. È stata lei. A costringermi. È stata lei!  Io volevo solo consolarla!”.

Il privilegio degli adulti talvolta è l’indubbia verità: era la sua nozione di vita prima d'incontrare Marta.

Fu proprio un’ingiustizia a condurla da lei il giorno del suo diciottesimo compleanno. Un’ingiustizia beffarda e un canto campato in aria all’ombra delle ceneri.  

 

A carnevale ogni scherzo vale. A carnevale ogni scherzo vale! A carnevale ogni scherzo vale. A carnevale ogni scherzo vale! A carnevale ogni scherzo vale. A carnevale ogni scherzo vale! A carnevale ogni scherzo vale. A carnevale ogni scherzo vale!

 “Fermala, fermala, fermala! Non lasciarla scappare! Non dirà niente il nostro sgorbio. Niente!  Non farla scappare!”

“È tutta tua, fratello. Io non so niente”.

“Non farmi del male, per favore. Non farmi del male. No, non farlo. No. Vuoi tutti i miei soldi? Domani ne avrai altri, tanti altri, altri tanti tanti per sempre sempre ma ti prego no, non farmi del male. No. Ti prego no. No. Non farmi del male”.

“Suona suona la campana come chiodo in fondo al pozzo, suona sana e sviscerale fino al punto di scoppiare! Ho una corda se non fai la brava bambina. Non fiatare!”

 

Le strade parallele, non sempre coincidono intonate. E se il destino le aveva unite nel dolore - dentro mescolanze di sensi e disgusti - aveva provveduto ironicamente anche ad allontanarle per escludere la gioia come riscatto. Dopo uno stupro, qualsiasi consolazione diventa inutile poiché è la prova lampante dell’accaduto. Questo pensiero fu il suo primo comandamento istintivo per aiutarla in maniera indolore. Certe piaghe continuano a ramificarsi – ambiguamente - ogni volta che un dettaglio le risveglia: lo sapeva bene mentre la ripuliva con cura. Il corpo di Marta somigliava a una piccola collina di sabbia. Aveva sedici anni. Sedici anni candidi sbiaditi per sempre.

 

“Non lo dirai a nessuno. Vero?”

“Dovrei dirlo, Marta, ma so con certezza che non servirebbe a niente. Non piangere.

È tutto finito”.

Era la prima volta che scandiva il suo nome. E per la prima volta mentì.

 

Esamine, la sua passione sanguinava sorte, sperando come benda solo il tempo.

E frutto fu l’istante nel dolore, cullandosi fortuna l’altra luna, già fame del suo grembo.  

 

“Che cosa diremo a mia madre?”

“Devo farlo Marta. La verità. Non è corretto il silenzio. Non ora”

 

Avrebbe voluto strapparle quel ricordo come una spina infetta. Frammentarlo in mille parti per incenerirlo dentro un grande falò. Magari scagliandoci in mezzo anche le mani colte  in flagrante di un’insegnante qualsiasi di provincia, ma una vocina assordante e guerriera, pretendeva vendetta. Conosceva bene la giustizia divina. Amava l’imponenza dell’apocalisse di Giovanni tanto da recitarla come una lunga preghiera.

Spesso rimaneva sveglia fino all’alba pensando alle varie ipotesi interpretabili. Confrontava la bontà di Dio con il flagello finale dei tempi e non riusciva a dipanarne l’incoerenza. Il giorno che incontrò Marta desiderò l’apocalisse più di ogni cosa al mondo - spezzando il suo dubbio perenne.

 

 

 

postato da: Purplered alle ore agosto 20, 2009 18:15 | link | |
categorie: racconti
martedì, 11 agosto 2009

Rivelazioni da Marsiglia (2/)

 

“ Saverio e Marta si conoscevano soltanto per sentito dire; le loro abitudini, i pregi, i difetti, i desideri e il proprio universo: ero io l’unica cosa in comune che condividevano.

Dentro i loro sogni sono sempre stata una meta apparente. Come una comparsa.

Lo sono ancora oggi e lo sarò per sempre”

 

“Mi aiuti a capire. È inutile tergiversare in queste situazioni e ora meno che mai. Per il bene di Marta chiedo verità. Ho l’impressione che tutto stia prendendo risvolti sconosciuti. Che cosa non so Miriam? Credo di saperlo ma non è il caso d’azzardare opinioni né di fare l’analista senza permesso”

 

Respirò profondamente prima di voltare lo sguardo verso la finestra.

La pioggia continuava a graffiare i vetri, formando rivoli a catena e chiazze di vapore.  

Non era nuovo quell’ambiente per lei: visitava Marta i fine settimana e i giorni festivi, inoltre, i primi tempi - quando la malattia vacillava saltuariamente - abbandonava l’ospedale solamente per urgenze personali. Sapeva bene che Alberto non si sarebbe arreso.

La sua dedizione per Marta aveva condizionato il personale del reparto fino all’esasperazione. C’è sempre un privilegiato nascosto fra le scartoffie dei medici, e Marta, fin dal primo istante, impersonò inconsapevolmente quel ruolo.

 

 

“La lasciai. Non potevo. Non potevo amarla. Non era possibile.  Quel giorno pioveva, esattamente come oggi. Sembrava quasi la premonizione di un lungo pianto. La pioggia cadeva affilata ma inesorabilmente viva. E lei, lei era così … non so dirlo esattamente:

era come una sembianza vecchia. Lo divenne dopo che le confidai irrevocabilmente la mia decisione. Non voleva lasciarmi andare o semplicemente aveva paura di morire. Non provai nessuna compassione ma il rimorso s’impadronì di me come un grido mortale.

A cosa le servirebbe rinascere? Fuggire dal suo cielo nuovo senza nubi. Da questa specie di ventre protettivo, eternamente in travaglio. Tutte le attese, oggi, confermano la mia consapevolezza presente passata e futura: lei non vorrebbe nascere un’altra volta perché non cambierebbe niente. Fuggirei per tornare e poi sparire ancora fino a consumarla. Alberto, non ho interesse per la sua lettera. Non m’interessano le probabili conclusioni di salvezze delirate. Mi basta sapere che c’è. Che respira. Sia pure rinchiusa e incosciente, sia pure per assegnarmi le colpe, sia pure per ricordarmi il tempo vissuto e l’egoismo che nutro come mostro affamato. Io lo pago il mio prezzo. Lo pago chiedendomi il perché ogni volta che lo specchio non perdona”

 

“Miriam, perché questo silenzio? Di cosa aveva paura? Ha anteposto se stessa a tutto. È questa l'unica verità?”

 

 “Il perché, ha strappato Marta da tutte le realtà e ora lei chiede verità?

Cos’è la verità. Questa compagna infedele e arbitraria senza compassione.

È la parte di noi che ci mostra storpi sporchi e vili. Spettatori spietati di noi stessi”

 

“Lei, si vergognava. Non voleva amare una donna”

 

“Sì. E fra mille anni risponderei con la stessa crudeltà di oggi”

 

È l’ora degli spilli, pensò. Temeva quella sensazione quando si sentiva in colpa:

migliaia di spilli - adagiati innocentemente sull’epidermide come piccole carezze perverse.

Era il giudizio degli altri che li animava feroci nell’immaginario: infilzandoli fra le labbra, intorno ai fianchi, fra le dita e persino in fondo agli occhi. Smettevano d’affondare solamente al buio. Aveva quindi anni la prima volta che li sentì. Se ne stava immobile sotto una quercia vecchia di cent’anni o forse più. Le foglie, dall’alto, filtravano code d’arcobaleno, infestando l’ambiente di gioia e di speranze senza congetture o false vite.

In fondo, non faceva niente di male. C’era il sole e dietro il pergolato, le colombe, beccavano i piccioni prepotentemente - senza sosta - agitando le piume in segno di trionfo.

In fondo, non faceva niente di male: lo pensava ossessivamente mentre l’insegnante esplorava il suo corpo con cura.  La sua insegnante. La consigliera giusta per tutte le occasioni: lei lo diceva spesso. Era così triste. E sola. E bella. E non era poi tanto male quella febbre ansimante che la inondò improvvisa. Non c’erano incroci per poterla schivare; l’infezione oramai era avvenuta. 

 

 

 

 

Cara Marta,

postato da: Purplered alle ore agosto 11, 2009 21:06 | link | |
categorie: racconti
venerdì, 07 agosto 2009

Rivelazioni da Marsiglia (2)

“Miriam? È lei?”

“Sì, chi parla?”

“Ha scritto una lettera. Sono Alberto, il medico di Marta”

“Ha scritto? Che cosa, esattamente?”

“Vorrei che fosse lei a giudicare. Ho avvisato la sua famiglia ma a quanto pare sono tutti impegnati. Non è la prima volta, sa? Conosco questo genere di situazioni scomode. Le malattie mentali producono solitudine e farmaci con la stessa proporzione abituale”

 

La torre cominciava a oscurare la cresta. Vi era un'aria ingannevole dietro: una sorta d'orologio invisibile; come una scadenza. Pensò questo, Miriam - orientando l’utilitaria verso casa. La stanchezza cominciava il suo decorso, provocandole un leggero malinconico rimpianto. Domani, domani la vedrò.

 

Pisa 4 aprile, 2009

Ore 9.30.

 

Il tergicristallo slittava faticosamente sul vetro, sbriciolando le gommine consumate. L’umidità risvegliò la sua cervicale.“Avrei dovuto prendere un analgesico” pensò. Il dolore si faceva sempre più forte e la nausea a seguire le ricordò l’ultima emicrania.

“Oggi devo assolutamente fissare un appuntamento. È ora di finirla con gli analgesici da circostanza. Marta… Dio, dammi la forza. Non posso fuggire un’altra volta”

 

L’odore del disinfettante le attraversò violentemente i polmoni. Le infermiere di turno fumavano in sordina dietro l’ambulanza, controllando a turno le entrate. Il quinto piano era ancora lontano, il via vai delle visite fuori orario cominciava a frenare gli ascensori. Infine la meta: una porta sprangata e il silenzio come triste scenario e prigione.

 

“Mi segua. Vorrei mostrarle la lettera. Che cosa può dirmi a proposito di Marsiglia? Sa se Marta l’ha visitata? Ha lavorato lì, per caso? Non so, ha parenti? Amici? Ricordi in quella zona?”

“Sì. È… è stato il nostro ultimo viaggio”

“È straordinario, lo sa? Vorrei approfondire. Lo faremo al più presto ma, c’è dell’altro. Ha scritto firmandosi con un altro nome. Il suo, Miriam. In sintesi, ha invertito i vostri nomi. Inoltre, illogicamente, la data in calce ci riporta indietro nel lontano 1892. Entri, si accomodi. A proposito: chi è Saverio? Ecco, legga attentamente ogni singola parola. È importante riuscire a decifrare questo progresso”

 

“Dovrei mettere in piazza la vita di Marta come se fosse un animale da laboratorio? Un messaggio non può cambiare il suo destino. Lei non sa niente. Niente.”

 

“ Si è sempre dimostrata disponibile e fiduciosa. Perché questa reazione? Noi possiamo salvarla, capisce? Qualsiasi iniziativa, anche la più assurda, non può rimanere intentata! È il mio dovere di medico. Non può chiudere questa porta. La prego. -Non abbandonare mai lo spiraglio della verità - Ricorda questi versi?

Li ha scritti Marta, poco prima d’isolarsi dal resto del mondo. Miriam, seguo Marta da cinque lunghi anni. Ho speso tempo ed energie oltre la regola perché sono sempre stato convinto del suo equilibrio interiore. Il suo mondo non ci appartiene. Appartiene solo a lei e noi dobbiamo tirarlo fuori. Non può finire i suoi giorni in un maledetto ospedale. Capisce ora? Che ne sarà di lei quando sarà considerata incurabile?”

 

“Non abbandonare mail lo spiraglio della verità se la menzogna sarà la tua voragine. Sì. Ricordo questa frase. Saverio, era mio marito”

postato da: Purplered alle ore agosto 07, 2009 17:36 | link | |
categorie: racconti
mercoledì, 05 agosto 2009

Rivelazioni da Marsiglia (1)

 

 

Cara Marta,

dopo appena due mesi di lontananza, sento con certezza che questa terra non mi appartiene e forse non mi apparterrà mai. Il paesaggio che regna Marsiglia stimola la mia creatività ma le persone non rappresentano tutti voi. Saverio ha illuminato lo studio grazie a una finestra ristrutturata. Il negoziante è una brava persona, anche sua moglie lo è ma non era d’accordo sul prezzo pronunciato dal marito, tuttavia, grazie alle mie considerazioni finali, hanno concordato subito. Era troppo ingombrante in negozio e sostava in un angolo da tre anni senza prospettive fortunate a venire.  

Non è stato facile demolire le mura a misura sotto la pioggia: i muratori hanno peregrinato tre settimane intere per completare il progetto ma finalmente possiamo dirci in ordine. Più volte li ho sorpresi in dolce far niente dentro lo scantinato, senza nessuna vergogna, ma come potevo rimproverarli? Non è facile lavorare quando il fango offre passi limitati per adempiere qualsiasi dovere, anche quello più semplice.

Sapessi quanto mi manchi, Marta, mi mancate tanto, tutti.

Mi manca persino il tono severo di mia madre, quando puntualmente ci rimproverava perché non seguivamo il suo ritmo di lavoro. Avete già raccolto i primi frutti? Sono sicura di sì. Penso spesso alle nostre discussioni mentre attraversavamo il viale delle betulle. Ricordi gli alberi con i rami annodati? Non saprei più descrivere quel senso di pace, adesso. Il mio braccio penzolante fra mille discorsi intrapresi come guerre fiere. Era bello camminare avanti e indietro e non raggiungere mai niente. Eravamo già a casa. Ti scrivo senza preoccupazioni di sorta per la calligrafia. So che non avrai niente da ridire perché la mia spontaneità sarà motivo di gioia, l’hai sempre lodata. Saverio dorme già da due ore.

È notte fonda e la luna somiglia a un avvoltoio a discesa libera, come se volesse privarmi di qualcosa che non ho. Oggi è stato un giorno speciale per noi. Faticoso quanto appagante. Abbiamo rilegato tutte le nostre fotografie, anche quelle del matrimonio, tutte, proprio tutte tutte tutte. È stato bello vedere le fasi del fidanzamento.

I primi incontri, la tenerezza, il rispetto, le esitazioni illogiche e tutto il resto che ha accompagnato le scene oltre le quali siamo diventati ciò che siamo. Sai, ho notato alcune imperfezioni confrontando la sua figura attuale con quella del passato. Cose da niente. Dettagli ma anche delusioni: la barba per esempio. Ora non ha uniformità regolare.

Ho valutato anche certi aspetti del suo carattere. Prima era più gentile, prima del matrimonio, intendo.

Erano dunque sincere le tue annotazioni quando dicevi che gli uomini sono cortesi solo prima della caccia? Credo di sì.

Ho l’aria di un cervo, io? O forse somiglio a una volpe impagliata?

Povera me. Scrivo senza nessuna prudenza condannando un uomo meraviglioso a chissà quali colpe immeritate. Domani mattina questa lettera potrebbe accidentalmente scivolare sotto il tavolo durante la colazione. La sua premura lo farebbe balzare nel tentativo di salvare il salvabile, il latte inonderebbe il tavolo, la sedia, la sua candida camicia e senza possibilità di scampo arriverebbe fin dentro la mia coscienza. Che cosa penserebbe di me dopo aver appreso queste sconsideratezze maligne?  Forse sorriderebbe. Sì, sorriderebbe perché adora persino le mie bruttezze. Penso che parlerò con lui, domani.

Voglio che sappia di questo mio vuoto, anche se solo passeggero.

Forse parlarne esaudirà la speranza di ritornare nuovamente a Pisa.

Perché non dovrei sognare, pretendere? La terra è un grembo e ogni angolo ha bisogno di figli da nutrire per nutrirsi. Non so quando leggerai questa follia colma di confidenze immature e insensate. Ora mi piace immaginare che il tempo non esiste. Nessuna attesa da accontentare. La leggerai appena chiuderò gli occhi per affidarmi a Morfeo fino al mio ritorno in patria. È così, voglio che sia così.

 

 

Tua Miriam

 

Marsiglia 3 aprile, 1892

postato da: Purplered alle ore agosto 05, 2009 08:21 | link | |
categorie: racconti
lunedì, 03 agosto 2009

Sponda

Il giorno arriverà scordandosi del sole
Quando la tenebra sarà soltanto un nome

Le voci causeranno il timbro della luce
Ombrandosi le grida accumulate

La terra murerà l’eco del ricordo
E frammenterà la sabbia guidandola ragione
Con l’alito del tempo sottomesso

Abbiamo piccoli passati da smaltire,
Preghiere da regnare finché la volontà
Non sarà più missione
O selce da assemblare

Com’è infantile la carne nel dolore,
Che pianto vano è questa sosta eterna
Di mari naufragati e cieli come grotte,
Potenti solamente nel respiro
Di chi li realizzò

Noi sabbia e vento verso le pose
Rovine alterne da impreziosire
Dentro la notte

postato da: Purplered alle ore agosto 03, 2009 14:44 | link | |
categorie: istantanee
sabato, 01 agosto 2009

Mi sostengo

Mi sostengo.
Come pianta concimata
Nutro il tempo.
La lentezza in uno sguardo
Io mi perdo controvento
Senza lodi né bandiere
Pronta a farmi mia intenzione.
Mi prevedo.
Le foreste  avanti ai passi
Danno l’obbligo del fermo
Come farmaco essenziale.
Io chi sono,
La mia serva e il mio mestiere,
Il mio brindisi frontale,
Via gli specchi misurati.

 

postato da: Purplered alle ore agosto 01, 2009 21:44 | link | |
categorie: istantanee
sabato, 01 agosto 2009

Fiori

 

L’assenza dei gerani provava le ginocchia
Curandole sui sassi
E il sangue in discendenza
Nasceva binario da meritare invano
Tradendo la caduta delle stelle

Le chiese, pregavano stagnando la falsa volontà
Di chi pagava il rosso del vino tolto al pane
Per rafforzare croci, sbiadendo le credenze
Come gioie deluse sotto i ponti

Le madri, regnavano sbiancando
E l’alito degli avi, schedava l’espressione
Di grembo in doglia e in seno
Fino al tuo sguardo cielo che ho sfamato

[Tramanda le occasioni, il tempo del disgelo.
L’inverno senza volo
Ha cere da ferire contandosi le spighe
Oltre il ricordo
Così da sfarsi in eco l’ennesima sconfitta
Armandosi i germogli ai franamenti]

Deraglia la tua strada, desiderando il cosmo,
La miniatura in marcia a osare ingrandirà
La storia e mail il destino.
Preparati gli artigli dove quel sogno attende 
E l’alba sveglierà la tua ragione

Raccontala la morte dei rimpianti.
Del sole rinnovato come sigillo estremo
Per innaffiarti i fiori al peso del tramonto
Quando supererai giurando
La vetta del tuo cuore

 

 

postato da: Purplered alle ore agosto 01, 2009 09:38 | link | |
categorie: poesie, poesia, lettere, istantanee
domenica, 26 luglio 2009

altri dettagli

La mia memoria è un libro.
Un libro come un altro di pagine scollate
E inchiostri da sbiancare.
I piccoli dettagli scorazzano fra i fogli,
Giurando l’avvenuta leggerezza
Riflessa accanto agli altri.
L’odore della culla, Il suo colore,
L’amore come farsa e il fiato intrappolato
Da navi senza approdi.
La meta è il mio mistero e la preghiera inversa
Da custodire incolta, finché la strada avanza. 
Le rondini gemelle, profili a rotazione,
Rinchiudono le foglie prima di sfiorarle,
Arando per le nubi i voli impreparati
Come sapienza grata

 


postato da: Purplered alle ore luglio 26, 2009 07:05 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee
sabato, 25 luglio 2009

Le grandi divisioni

 


Piombano a urgenza, innamorando il tempo,
Le grandi divisioni.
Offrendo abbracci e fiori addosso
Senza padronanza né leggi da ascoltare

Cosa cerchiamo noi pascoli impazienti
Sognandole risolte a capofitto
Se mai l’istinto conta le ferite
E ogni arma ha il suo destino

Roventi oppure ingrate consegnano le ali
Bruciandole mai stanche
Il poco di partire
E il niente di giurare la morbida invadenza

Mie grandi divisioni: i poli al vostro passo
Condensano il pensiero al solo istante
Stringendosi le razze e i mari nei deserti
Come promessa folle a superarvi

È il sangue, la vostra compassione
Così diverso e uguale
Nel confermarvi in rosso
Vulcanica scogliera e fertile riposo

Le povere miniere non sanno antiche lodi
Nel troppo scintillare la speranza,
L’inutile missione di un dare e mai avere

Potrebbero incarnare la presenza
E il tiepido sentire
Se il dopo fosse un cielo
Di fragili preghiere

Le grandi divisioni rastrellano pianure
Per farne sangue ad arte
Finché la luna prende
E i tarli respirano affamati

Di un nome so l’Amore,
Quando le sere legano rapaci,
Ma il resto mi sospende, parola senza forma,
Rimane un volto e niente.
Chiamata Morte fra i pianti degli altari

 

 

postato da: Purplered alle ore luglio 25, 2009 22:31 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari
giovedì, 23 luglio 2009

Vento e sponde

Ho seminato vento e sponde
 Assoggettando il nervo
Che al dire dell’inverno
Sprofonda assiderato
Così da ritornare

le rughe scivolose
Coltivano la sera
Allontanando il tempo
E chi l’ha deturpato
Per sporca vocazione

Com’è verbale il quanto
Il dove e il mai perché
Da  includere pensiero
Fra storie da scavare

Come se il mutismo
Dei voli cerebrali
Innalzi per gridare
L’amabile fatica
Sia pure incenerita

Il senso è nei domani
Da schiudere assetati.
Le attese come laghi
Ascoltando  ferendo la pazienza
Come speranza avversa

Il dire è del silenzio
Rinchiuso ai davanzali
E il chiasso ombrato attorno
È solo orgoglio in pena
Da scorticare al canto
 

 


postato da: Purplered alle ore luglio 23, 2009 22:14 | link | |
categorie: istantanee
sabato, 18 luglio 2009

Niente e ragione

 

Che impresa l’umiltà, lontana abitazione.
La piega delle nubi confronta la sua impronta
Lasciando con la pioggia l’importanza.
Gentile l’ossatura ha schiene da piegare
Così flessibilmente in calce a Dio
Per bianca appartenenza

Che pace l’umiltà, conchiglia silenziosa.
La tassa dei poeti vaneggia l’imperfetto,
 L’onore quasi muto, dove la pazienza
Deforma l’avversione
 Strappando la coscienza

Che indugio l’umiltà, frumento in alto mare.
L’incerta mietitura è bozza di missione
Bruciandosi il buon vanto nel conforto
Al mosto da scolare dietro a chi

Che sfinge il suo rosaio, sfoltito e poi rinato
Come se ogni pianto sia riva di miraggio
E l’io la referenza da presentare al cuore
Fin dove la decenza congeda il firmamento

Così, niente e ragione.
L’orgoglio come spina d’altro nome.
Ché in basso terra e sole implorano radici
E semi d’alto sterco
Piegandosi fedeli all’invernata

 

 


postato da: Purplered alle ore luglio 18, 2009 03:40 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, della misera sapienza
venerdì, 17 luglio 2009

L’esatta crudeltà affilata al vento


 


Sorridere alla morte, abbaglio celestiale.
Immaginarla bianca dentro un manto;
Le tasche calde come il ventre
O un covo di serpenti

È tentazione, il margine che veste.
L’inizio di un ritorno che non è mai partito
Ma ha respirato attese e poi rinunce
Cacciando l’infelice conclusione

Dannata perché esiste e il cuore non le pesa
Andando incerta come l’incostanza
E il gregge dei presepi
Deposto a frotte, pace senza meta

Cos’altro deve ancora se il pesco adora il sole
Ignaro dell’inverno al suo tramonto.
Dannata perché esilia e il sangue annega
Mostrando in vena al sodo il rantolo finito
   
Chiamatela sfortuna, orrore al suo fermento
Da strangolare ad arte.
Il suo scenario inciso è sacramento
Ché a vendersi, piuttosto salverebbe
Con le rovine stanche del vivere in sommossa

E’ che la vita ascolta e poi gliela racconta
La storia del tempo destinato.
Lungo e sequenziale come un pregiudizio
O una ragione sana fino a che

A che di lei mai vi possa spaventare
L’esatta crudeltà affilata al vento.
Perché ne morireste a dirla.
Così imparziale e sorda al pianto della falce
 


postato da: Purplered alle ore luglio 17, 2009 07:29 | link | |
categorie: poesie, poesia, istantanee, scenari

Chi sono

Utente: Purplered
Nome: Biccai Teresa Anna (Marina Minet)
Non basterebbe una matrioska a raccontarmi.

La bellezza di Dio - Minet Lovisoni

Malta Femmina di Malta - Trailer Romanzo - Edizioni Zona

 

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte

Creative Commons License